Dietro Sant’Efisio: il custode segreto della festa più amata di Sardegna

Valentina Panzera

Dietro Sant’Efisio: il custode segreto della festa più amata di Sardegna

Ci sono uomini che non cercano i riflettori, ma senza i quali certe luci non si accenderebbero mai.


Uno di questi è
Salvatore Mazzaglia, sacrista maggiore dell’Arciconfraternita del Gonfalone, custode silenzioso e instancabile di uno dei culti più identitari e potenti della Sardegna: quello di Sant'Efisio.


Questa mattina lo abbiamo incontrato nella chiesetta di Stampace, cuore pulsante della devozione cittadina, là dove tutto comincia. È da qui che, ogni 1° maggio, prende il via la processione votiva che dal 1656 attraversa la città e il sud Sardegna fino alla chiesa di Nora, nel territorio di Pula.


Una tradizione che affonda le radici nel voto solenne pronunciato dal Comune di Cagliari durante la terribile peste del Seicento, quando la città si affidò al santo martire chiedendo protezione e grazia.


Chi è il sacrista maggiore e cosa fa davvero?


Spesso si parla della processione, dei costumi, dei cavalieri, delle traccas, dei pellegrini. Ma dietro quella che è, a tutti gli effetti, la manifestazione religiosa più sentita della Sardegna, c’è una macchina organizzativa imponente.

E qui entra in gioco il ruolo del sacrista maggiore.

Il sacrista dell’Arciconfraternita non è una figura simbolica.


È il responsabile operativo di tutto ciò che riguarda la preparazione materiale e liturgica del simulacro del santo, degli abiti, degli arredi sacri, dei tempi, delle procedure, della custodia e del rispetto delle regole che disciplinano la processione. Coordina, verifica, supervisiona.

È garante della tradizione e della correttezza dei gesti. Nulla è lasciato al caso.


Nel video che inaugura la nostra nuova rubrica “Dietro Sant’Efisio”, Salvatore racconta con lucidità e passione cosa significhi portare sulle spalle una responsabilità così grande. Parla dell’impegno quotidiano che inizia mesi prima del 1° maggio.


Parla della tensione che precede la partenza, dell’attenzione ai dettagli, del rispetto assoluto per un rito che si ripete immutato da oltre tre secoli.

Ma parla anche della soddisfazione profonda che si prova quando tutto scorre secondo tradizione e il popolo accompagna il santo lungo il cammino verso Nora.

Non è solo organizzazione: è servizio.
Non è solo gestione: è devozione.


Una processione che è identità


La processione di Sant’Efisio non è folklore. È un atto votivo collettivo che si rinnova dal 1656, un patto tra un popolo e il suo santo. Secondo la tradizione, Efisio, ufficiale romano martirizzato proprio a Nora in epoca imperiale, è il protettore che più volte avrebbe salvato la Sardegna da pestilenze, guerre e calamità.

La sua festa è il racconto vivente della fede popolare, della memoria storica e dell’orgoglio identitario sardo.


Dietro gli abiti tradizionali provenienti da tutta l’isola, dietro le confraternite, dietro i cavalieri campidanesi, c’è un lavoro silenzioso fatto di coordinamento, relazioni istituzionali, rispetto delle normative civili e religiose.

Ed è qui che la figura del sacrista maggiore diventa centrale: è il punto di equilibrio tra tradizione e organizzazione moderna.


“Dietro Sant’Efisio”: un viaggio che inizia ora


Questa è solo un’anteprima.
Un primo passo dentro la macchina organizzativa della festa più importante e sentita di tutta la Sardegna.

Nei prossimi appuntamenti entreremo ancora più a fondo: nei rituali, nei simboli, nelle persone che rendono possibile questo evento straordinario.


Perché la vera Cagliari non si guarda soltanto. Si ascolta. Si comprende. Si vive.


E noi abbiamo deciso di raccontarla da dentro. Rimanete connessi.
Cagliari si vive con passione.


Un ringraziamento speciale ad Alessandro Congia, giornalista e fotografo, che ha reso possibile questo incontro.


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Nel Seicento la Sardegna viveva sotto il dominio spagnolo, ma la lingua realmente parlata dalla maggioranza della popolazione era ancora il sardo. A livello ufficiale, nei documenti amministrativi e nella vita delle istituzioni, il castigliano aveva ormai sostituito il catalano, diventando la lingua dominante del potere. Tuttavia questa egemonia linguistica riguardava soprattutto le città principali e gli ambienti colti, mentre nei paesi e nelle zone interne la situazione era molto diversa. La Sardegna del XVII secolo contava circa 250/300 mila abitanti e solo una piccola parte viveva nei centri urbani. Questo significa che la grande maggioranza della popolazione continuava a usare quotidianamente la lingua sarda, spesso senza comprendere né il castigliano né il catalano. Lo stesso canonico Martin Carrillo, inviato da Filippo III come Visitatore Generale del Regno, riconosceva che il sardo era una lingua peculiare, propria dell’isola, non parlata altrove, e che nelle borgate non si intendeva altra lingua. Questa forte persistenza del sardo era vista dagli spagnoli come un segno di arretratezza, ma in realtà rappresentava una profonda forma di resistenza culturale. La lingua sarda rimaneva la vera lingua comune del Regno, capace di unire comunità diverse nonostante le differenze tra il Capo di Cagliari e quello di Sassari. Anche la Chiesa dovette fare i conti con questa realtà. Gli Inquisitori, quando si recavano nei paesi dell’interno, facevano leggere l’Editto di Fede in lingua sarda, perché fosse compreso da tutti. In alcune località, dopo la lettura in spagnolo, era necessario aggiungere un riassunto in sardo. Questo dimostra quanto la lingua ufficiale del potere fosse distante dalla vita quotidiana del popolo. Il problema riguardava anche vescovi e parroci. Alcuni presuli, non conoscendo il sardo, faticavano a comunicare con i fedeli e dovevano affidarsi a religiosi bilingui. Il Concilio di Trento aveva infatti stabilito la necessità di tradurre la catechesi nella lingua vernacolare, proprio per rendere comprensibile l’insegnamento religioso. Il caso del vescovo di Ales, don Pietro Clemente, è emblematico: non riuscendo a imparare la lingua dei suoi fedeli, arrivò a chiedere al papa il permesso di rinunciare alla diocesi. Ancora alla fine del Seicento la questione linguistica era centrale. L’arcivescovo di Cagliari Francesco de Sobrecasas arrivò a proibire l’assoluzione a chi non conosceva le principali preghiere nella propria lingua materna, anche se era in grado di recitarle in latino. Il vescovo di Bosa, Giorgio Soggia, invece, usava il sardo nei villaggi, lo spagnolo nelle città e l’italiano con le persone di passaggio. La lingua sarda nel Seicento, quindi, non era semplicemente un dialetto popolare, ma il cuore vivo dell’identità isolana.  Mentre il castigliano dominava nelle istituzioni, il sardo continuava a essere la lingua della fede, della comunità, della vita quotidiana e della memoria collettiva. Proprio per questo la sua sopravvivenza racconta una Sardegna che, pur soggetta al potere spagnolo, non rinunciò mai davvero alla propria voce.
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