VISITA GUIDATA SOTTERRANEI OSPEDALE SAN GIOVANNI DI DIO CAGLIARI

Valentina Panzera

Visita guidata – Cagliari sotterranea - OSPEDALE SAN GIOVANNI DI DIO

📍 Via Ospedale | Stampace – Cagliari


Nel cuore di Cagliari esiste un luogo che custodisce storie intense, memorie collettive e vicende spesso poco conosciute. La visita guidata dedicata allo storico Ospedale San Giovanni di Dio accompagna i partecipanti in un viaggio affascinante tra storia, architettura e testimonianze della città durante uno dei periodi più difficili del Novecento.


Costruito nella seconda metà dell’Ottocento, l’ospedale rappresentò per lungo tempo uno dei principali punti di riferimento sanitari della città.


Durante la Seconda guerra mondiale, però, questo complesso assunse anche un ruolo fondamentale per la sopravvivenza della popolazione civile. Nei terribili anni dei bombardamenti che colpirono Cagliari nel 1943, i sotterranei dell’edificio divennero infatti un luogo di protezione e rifugio per molti cagliaritani che cercavano riparo dalle incursioni aeree.


Durante la visita sarà possibile scoprire come questi ambienti sotterranei vennero adattati e utilizzati in quei momenti drammatici della storia cittadina.

Corridoi, passaggi e spazi nascosti raccontano ancora oggi la paura, la solidarietà e la forza di una comunità che riuscì a resistere in condizioni estremamente difficili. Non si tratta solo di un percorso storico, ma di un vero viaggio nella memoria collettiva della città.


La visita permetterà inoltre di conoscere meglio la storia dell’antico ospedale, la sua funzione nel tessuto urbano e le trasformazioni che ha attraversato nel corso del tempo.

Attraverso racconti, aneddoti e testimonianze storiche emergeranno curiosità poco note che rendono questo luogo ancora più affascinante.



Ad accompagnare il percorso saranno anche atmosfere cariche di suggestione: i sotterranei, con i loro silenzi e le loro tracce del passato, conservano un’aura di mistero che rende l’esperienza ancora più coinvolgente. Storia e mistero si intrecciano così in una narrazione capace di far rivivere un capitolo importante della città.

VALENTINA PANZERA - GUIDA TURISTICA ABILITATA - Aut Nr 20001280

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NOTIZIE ED EVENTI A CAGLIARI

Autore: Valentina Panzera 9 luglio 2026
Nel Seicento la Sardegna viveva sotto il dominio spagnolo, ma la lingua realmente parlata dalla maggioranza della popolazione era ancora il sardo. A livello ufficiale, nei documenti amministrativi e nella vita delle istituzioni, il castigliano aveva ormai sostituito il catalano, diventando la lingua dominante del potere. Tuttavia questa egemonia linguistica riguardava soprattutto le città principali e gli ambienti colti, mentre nei paesi e nelle zone interne la situazione era molto diversa. La Sardegna del XVII secolo contava circa 250/300 mila abitanti e solo una piccola parte viveva nei centri urbani. Questo significa che la grande maggioranza della popolazione continuava a usare quotidianamente la lingua sarda, spesso senza comprendere né il castigliano né il catalano. Lo stesso canonico Martin Carrillo, inviato da Filippo III come Visitatore Generale del Regno, riconosceva che il sardo era una lingua peculiare, propria dell’isola, non parlata altrove, e che nelle borgate non si intendeva altra lingua. Questa forte persistenza del sardo era vista dagli spagnoli come un segno di arretratezza, ma in realtà rappresentava una profonda forma di resistenza culturale. La lingua sarda rimaneva la vera lingua comune del Regno, capace di unire comunità diverse nonostante le differenze tra il Capo di Cagliari e quello di Sassari. Anche la Chiesa dovette fare i conti con questa realtà. Gli Inquisitori, quando si recavano nei paesi dell’interno, facevano leggere l’Editto di Fede in lingua sarda, perché fosse compreso da tutti. In alcune località, dopo la lettura in spagnolo, era necessario aggiungere un riassunto in sardo. Questo dimostra quanto la lingua ufficiale del potere fosse distante dalla vita quotidiana del popolo. Il problema riguardava anche vescovi e parroci. Alcuni presuli, non conoscendo il sardo, faticavano a comunicare con i fedeli e dovevano affidarsi a religiosi bilingui. Il Concilio di Trento aveva infatti stabilito la necessità di tradurre la catechesi nella lingua vernacolare, proprio per rendere comprensibile l’insegnamento religioso. Il caso del vescovo di Ales, don Pietro Clemente, è emblematico: non riuscendo a imparare la lingua dei suoi fedeli, arrivò a chiedere al papa il permesso di rinunciare alla diocesi. Ancora alla fine del Seicento la questione linguistica era centrale. L’arcivescovo di Cagliari Francesco de Sobrecasas arrivò a proibire l’assoluzione a chi non conosceva le principali preghiere nella propria lingua materna, anche se era in grado di recitarle in latino. Il vescovo di Bosa, Giorgio Soggia, invece, usava il sardo nei villaggi, lo spagnolo nelle città e l’italiano con le persone di passaggio. La lingua sarda nel Seicento, quindi, non era semplicemente un dialetto popolare, ma il cuore vivo dell’identità isolana.  Mentre il castigliano dominava nelle istituzioni, il sardo continuava a essere la lingua della fede, della comunità, della vita quotidiana e della memoria collettiva. Proprio per questo la sua sopravvivenza racconta una Sardegna che, pur soggetta al potere spagnolo, non rinunciò mai davvero alla propria voce.
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