Le Streghe durante l'Inquisizione a Cagliari

CHI ERANO LE STREGHE A CAGLIARI DURANTE L'INQUISIZIONE?

Le chiamavano streghe.


Ma spesso erano donne che conoscevano la terra, le erbe, l’acqua, il corpo, il dolore.

Erano guaritrici, levatrici, donne esperte di rimedi antichi, capaci di preparare infusi, unguenti, preghiere, rituali di protezione e gesti di conforto.


Donne che aiutavano altre donne.
Donne che curavano i bambini.
Donne che sapevano riconoscere una febbre, calmare una paura, accompagnare una nascita, alleviare una sofferenza.

La loro colpa?


La conoscenza.


In un tempo dominato dalla paura, dal sospetto e dal controllo, quel sapere tramandato a voce, custodito nelle case, nei vicoli, nelle campagne e nelle mani femminili, poteva diventare pericoloso.

Bastava una voce, un’accusa, un vicino ostile, una guarigione non compresa, una parola detta nel momento sbagliato.

E ciò che era cura poteva diventare colpa. Ciò che era conforto poteva diventare peccato. Ciò che era sapere poteva essere trasformato in stregoneria.


Durante il periodo dell’Inquisizione, anche in Sardegna molte donne furono accusate, perseguitate, umiliate, torturate e condannate.

Alcune furono allontanate, altre imprigionate, altre ancora consegnate alla memoria più buia della storia.

Ma oggi possiamo guardare quelle donne con occhi diversi.

Non come figure da temere.
Non come ombre da trasformare in leggenda facile.


Ma come donne che, molto spesso, avevano una sola “colpa”:
sapere e voler aiutare chi ne aveva bisogno.


Di questo parleremo nei miei tour dedicati alla scoperta della Cagliari Misteriosa:


✨ streghe e guaritrici
✨ Inquisizione
✨ fantasmi e presenze
✨ antichi rituali
✨ superstizioni
✨ esoterismo
✨ storie sospese tra realtà e leggenda


Cammineremo nei luoghi in cui la storia ha lasciato tracce profonde, tra vicoli, chiese, antichi quartieri e racconti che ancora oggi sembrano sussurrare qualcosa a chi sa ascoltare.


Perché Cagliari non va solo vista.
Cagliari va raccontata e vissuta.


Io sono Valentina Panzera,
Guida Turistica Abilitata

e ideatrice del progetto
Cagliari Vivere in Vacanza.

📲 Per info e prenotazioni sui prossimi tour: scrivimi su WhatsApp al 392 9357962.

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NOTIZIE ED EVENTI A CAGLIARI

Autore: Valentina Panzera 9 luglio 2026
Nel Seicento la Sardegna viveva sotto il dominio spagnolo, ma la lingua realmente parlata dalla maggioranza della popolazione era ancora il sardo. A livello ufficiale, nei documenti amministrativi e nella vita delle istituzioni, il castigliano aveva ormai sostituito il catalano, diventando la lingua dominante del potere. Tuttavia questa egemonia linguistica riguardava soprattutto le città principali e gli ambienti colti, mentre nei paesi e nelle zone interne la situazione era molto diversa. La Sardegna del XVII secolo contava circa 250/300 mila abitanti e solo una piccola parte viveva nei centri urbani. Questo significa che la grande maggioranza della popolazione continuava a usare quotidianamente la lingua sarda, spesso senza comprendere né il castigliano né il catalano. Lo stesso canonico Martin Carrillo, inviato da Filippo III come Visitatore Generale del Regno, riconosceva che il sardo era una lingua peculiare, propria dell’isola, non parlata altrove, e che nelle borgate non si intendeva altra lingua. Questa forte persistenza del sardo era vista dagli spagnoli come un segno di arretratezza, ma in realtà rappresentava una profonda forma di resistenza culturale. La lingua sarda rimaneva la vera lingua comune del Regno, capace di unire comunità diverse nonostante le differenze tra il Capo di Cagliari e quello di Sassari. Anche la Chiesa dovette fare i conti con questa realtà. Gli Inquisitori, quando si recavano nei paesi dell’interno, facevano leggere l’Editto di Fede in lingua sarda, perché fosse compreso da tutti. In alcune località, dopo la lettura in spagnolo, era necessario aggiungere un riassunto in sardo. Questo dimostra quanto la lingua ufficiale del potere fosse distante dalla vita quotidiana del popolo. Il problema riguardava anche vescovi e parroci. Alcuni presuli, non conoscendo il sardo, faticavano a comunicare con i fedeli e dovevano affidarsi a religiosi bilingui. Il Concilio di Trento aveva infatti stabilito la necessità di tradurre la catechesi nella lingua vernacolare, proprio per rendere comprensibile l’insegnamento religioso. Il caso del vescovo di Ales, don Pietro Clemente, è emblematico: non riuscendo a imparare la lingua dei suoi fedeli, arrivò a chiedere al papa il permesso di rinunciare alla diocesi. Ancora alla fine del Seicento la questione linguistica era centrale. L’arcivescovo di Cagliari Francesco de Sobrecasas arrivò a proibire l’assoluzione a chi non conosceva le principali preghiere nella propria lingua materna, anche se era in grado di recitarle in latino. Il vescovo di Bosa, Giorgio Soggia, invece, usava il sardo nei villaggi, lo spagnolo nelle città e l’italiano con le persone di passaggio. La lingua sarda nel Seicento, quindi, non era semplicemente un dialetto popolare, ma il cuore vivo dell’identità isolana.  Mentre il castigliano dominava nelle istituzioni, il sardo continuava a essere la lingua della fede, della comunità, della vita quotidiana e della memoria collettiva. Proprio per questo la sua sopravvivenza racconta una Sardegna che, pur soggetta al potere spagnolo, non rinunciò mai davvero alla propria voce.
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