L'Accabadora: leggenda, storia e tradizioni della Sardegna

Valentina Panzera

Chi era l'Accabadora?


Scopri la misteriosa figura della tradizione sarda tra storia, leggende popolari e credenze tramandate nei secoli.

La Sardegna è una terra che custodisce racconti antichi, tradizioni tramandate di generazione in generazione e figure avvolte dal mistero. 

Tra queste, nessuna affascina e divide quanto l'Accabadora, un personaggio che ancora oggi alimenta dibattiti tra storici, antropologi e appassionati di cultura popolare.

Ma chi era davvero l'Accabadora? Una figura realmente esistita?

Una leggenda nata dalla fantasia popolare? Oppure il ricordo di antichi rituali sopravvissuti fino a tempi relativamente recenti?


Chi era l'Accabadora?


Il termine "Accabadora" deriverebbe probabilmente dal verbo spagnolo acabar, che significa "finire" o "portare a termine".

Secondo la tradizione popolare sarda, l'Accabadora era una donna anziana, generalmente vestita di nero, chiamata quando una persona si trovava in una lunga e dolorosa agonia senza possibilità di guarigione.

Il suo compito, secondo i racconti tramandati oralmente, sarebbe stato quello di porre fine alle sofferenze del morente attraverso pratiche che variano a seconda delle testimonianze raccolte nei diversi paesi della Sardegna.

Proprio questa diversità di racconti rende difficile distinguere il confine tra realtà storica e costruzione leggendaria.


Una figura sospesa tra storia e mito


Uno degli aspetti più affascinanti dell'Accabadora è che non esistono documenti storici certi che ne confermino l'esistenza come pratica ufficialmente riconosciuta.

Gli studiosi che hanno approfondito l'argomento hanno raccolto testimonianze orali, racconti familiari e tradizioni popolari diffuse soprattutto nelle aree interne dell'isola.

Molte di queste testimonianze furono registrate soltanto nel Novecento, quando anziani e anziane raccontavano episodi tramandati dai loro genitori o nonni.

Questo rende l'Accabadora una figura particolarmente interessante dal punto di vista antropologico: non tanto per ciò che sappiamo con certezza, ma per ciò che rappresenta nell'immaginario collettivo sardo.


L'Accabadora non era una strega


Uno degli errori più comuni è associare l'Accabadora alle streghe o alle pratiche magiche.

Nella cultura popolare sarda, invece, questa figura veniva spesso percepita come una presenza legata alla compassione e alla pietà verso chi soffriva.

Non era vista come un essere malvagio, ma come qualcuno chiamato a svolgere un compito estremamente delicato e doloroso.

Per questo motivo i racconti popolari la descrivono quasi sempre come una donna rispettata e temuta allo stesso tempo.

Il timore non derivava dalla sua cattiveria, ma dal fatto che la sua presenza annunciava l'avvicinarsi della morte.


Le tradizioni popolari legate alla morte in Sardegna


Per comprendere il fenomeno dell'Accabadora è necessario conoscere il contesto culturale della Sardegna tradizionale.

Fino a pochi decenni fa, la morte non era vissuta negli ospedali come avviene oggi, ma all'interno delle abitazioni.

Familiari, vicini e conoscenti partecipavano agli ultimi momenti di vita del malato, alle veglie e ai rituali funebri.

In questo contesto nacquero numerose figure e credenze popolari legate al passaggio tra la vita e la morte.

L'Accabadora rappresenta probabilmente una delle espressioni più intense di questo rapporto profondo tra la comunità e il momento finale dell'esistenza.


L'Accabadora e la Sardegna di oggi


Ancora oggi il tema continua a suscitare interesse.

Libri, studi universitari, documentari e conferenze affrontano periodicamente l'argomento cercando di distinguere i fatti dalle leggende.

L'Accabadora è diventata un simbolo della memoria popolare sarda e della capacità dell'isola di conservare racconti che affondano le radici in un passato lontano.

Che sia realmente esistita oppure no, la sua figura continua a raccontarci qualcosa di importante: il modo in cui le comunità affrontavano il dolore, la sofferenza e il mistero della morte.


Le leggende sarde: un patrimonio da conoscere e raccontare


L'Accabadora è soltanto una delle tante figure che popolano l'immaginario della Sardegna.

Janas, cogas, guaritori, spiriti, santi, miracoli e racconti popolari costituiscono un patrimonio culturale straordinario che merita di essere conosciuto e valorizzato.

Molte di queste storie sono giunte fino a noi grazie alla tradizione orale e rappresentano una chiave preziosa per comprendere la storia e l'identità dell'isola.

Anche a Cagliari, tra vicoli storici, antiche chiese, quartieri medievali e racconti tramandati nei secoli, sopravvivono leggende e misteri che permettono di osservare la città da una prospettiva diversa.


Scopri il lato più misterioso di Cagliari


Se ami le leggende, le tradizioni popolari e i racconti che si muovono sul confine tra storia e mistero, Cagliari offre numerosi spunti affascinanti.

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Per conoscere le prossime iniziative dedicate ai misteri, alle tradizioni e alle leggende della Sardegna puoi seguire il progetto "Cagliari Vivere in Vacanza" mandando un messaggio whatsapp al 392 9357962 e rimanere aggiornato sui prossimi eventi.


Valentina Panzera
Guida Turistica Abilitata
Fondatrice del progetto "Cagliari Vivere in Vacanza”

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NOTIZIE ED EVENTI A CAGLIARI

Autore: Valentina Panzera 9 luglio 2026
Nel Seicento la Sardegna viveva sotto il dominio spagnolo, ma la lingua realmente parlata dalla maggioranza della popolazione era ancora il sardo. A livello ufficiale, nei documenti amministrativi e nella vita delle istituzioni, il castigliano aveva ormai sostituito il catalano, diventando la lingua dominante del potere. Tuttavia questa egemonia linguistica riguardava soprattutto le città principali e gli ambienti colti, mentre nei paesi e nelle zone interne la situazione era molto diversa. La Sardegna del XVII secolo contava circa 250/300 mila abitanti e solo una piccola parte viveva nei centri urbani. Questo significa che la grande maggioranza della popolazione continuava a usare quotidianamente la lingua sarda, spesso senza comprendere né il castigliano né il catalano. Lo stesso canonico Martin Carrillo, inviato da Filippo III come Visitatore Generale del Regno, riconosceva che il sardo era una lingua peculiare, propria dell’isola, non parlata altrove, e che nelle borgate non si intendeva altra lingua. Questa forte persistenza del sardo era vista dagli spagnoli come un segno di arretratezza, ma in realtà rappresentava una profonda forma di resistenza culturale. La lingua sarda rimaneva la vera lingua comune del Regno, capace di unire comunità diverse nonostante le differenze tra il Capo di Cagliari e quello di Sassari. Anche la Chiesa dovette fare i conti con questa realtà. Gli Inquisitori, quando si recavano nei paesi dell’interno, facevano leggere l’Editto di Fede in lingua sarda, perché fosse compreso da tutti. In alcune località, dopo la lettura in spagnolo, era necessario aggiungere un riassunto in sardo. Questo dimostra quanto la lingua ufficiale del potere fosse distante dalla vita quotidiana del popolo. Il problema riguardava anche vescovi e parroci. Alcuni presuli, non conoscendo il sardo, faticavano a comunicare con i fedeli e dovevano affidarsi a religiosi bilingui. Il Concilio di Trento aveva infatti stabilito la necessità di tradurre la catechesi nella lingua vernacolare, proprio per rendere comprensibile l’insegnamento religioso. Il caso del vescovo di Ales, don Pietro Clemente, è emblematico: non riuscendo a imparare la lingua dei suoi fedeli, arrivò a chiedere al papa il permesso di rinunciare alla diocesi. Ancora alla fine del Seicento la questione linguistica era centrale. L’arcivescovo di Cagliari Francesco de Sobrecasas arrivò a proibire l’assoluzione a chi non conosceva le principali preghiere nella propria lingua materna, anche se era in grado di recitarle in latino. Il vescovo di Bosa, Giorgio Soggia, invece, usava il sardo nei villaggi, lo spagnolo nelle città e l’italiano con le persone di passaggio. La lingua sarda nel Seicento, quindi, non era semplicemente un dialetto popolare, ma il cuore vivo dell’identità isolana.  Mentre il castigliano dominava nelle istituzioni, il sardo continuava a essere la lingua della fede, della comunità, della vita quotidiana e della memoria collettiva. Proprio per questo la sua sopravvivenza racconta una Sardegna che, pur soggetta al potere spagnolo, non rinunciò mai davvero alla propria voce.
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