LA LINGUA SARDA NEL 1600

Valentina Panzera

Nel Seicento la Sardegna viveva sotto il dominio spagnolo, ma la lingua realmente parlata dalla maggioranza della popolazione era ancora il sardo.


A livello ufficiale, nei documenti amministrativi e nella vita delle istituzioni, il castigliano aveva ormai sostituito il catalano, diventando la lingua dominante del potere.

Tuttavia questa egemonia linguistica riguardava soprattutto le città principali e gli ambienti colti, mentre nei paesi e nelle zone interne la situazione era molto diversa.


La Sardegna del XVII secolo contava circa 250/300 mila abitanti e solo una piccola parte viveva nei centri urbani.

Questo significa che la grande maggioranza della popolazione continuava a usare quotidianamente la lingua sarda, spesso senza comprendere né il castigliano né il catalano.

Lo stesso canonico Martin Carrillo, inviato da Filippo III come Visitatore Generale del Regno, riconosceva che il sardo era una lingua peculiare, propria dell’isola, non parlata altrove, e che nelle borgate non si intendeva altra lingua.


Questa forte persistenza del sardo era vista dagli spagnoli come un segno di arretratezza, ma in realtà rappresentava una profonda forma di resistenza culturale. La lingua sarda rimaneva la vera lingua comune del Regno, capace di unire comunità diverse nonostante le differenze tra il Capo di Cagliari e quello di Sassari.


Anche la Chiesa dovette fare i conti con questa realtà. Gli Inquisitori, quando si recavano nei paesi dell’interno, facevano leggere l’Editto di Fede in lingua sarda, perché fosse compreso da tutti. In alcune località, dopo la lettura in spagnolo, era necessario aggiungere un riassunto in sardo.

Questo dimostra quanto la lingua ufficiale del potere fosse distante dalla vita quotidiana del popolo.


Il problema riguardava anche vescovi e parroci. Alcuni presuli, non conoscendo il sardo, faticavano a comunicare con i fedeli e dovevano affidarsi a religiosi bilingui.

Il Concilio di Trento aveva infatti stabilito la necessità di tradurre la catechesi nella lingua vernacolare, proprio per rendere comprensibile l’insegnamento religioso. Il caso del vescovo di Ales, don Pietro Clemente, è emblematico: non riuscendo a imparare la lingua dei suoi fedeli, arrivò a chiedere al papa il permesso di rinunciare alla diocesi.


Ancora alla fine del Seicento la questione linguistica era centrale.

L’arcivescovo di Cagliari Francesco de Sobrecasas arrivò a proibire l’assoluzione a chi non conosceva le principali preghiere nella propria lingua materna, anche se era in grado di recitarle in latino.

Il vescovo di Bosa, Giorgio Soggia, invece, usava il sardo nei villaggi, lo spagnolo nelle città e l’italiano con le persone di passaggio.

La lingua sarda nel Seicento, quindi, non era semplicemente un dialetto popolare, ma il cuore vivo dell’identità isolana.

Mentre il castigliano dominava nelle istituzioni, il sardo continuava a essere la lingua della fede, della comunità, della vita quotidiana e della memoria collettiva. Proprio per questo la sua sopravvivenza racconta una Sardegna che, pur soggetta al potere spagnolo, non rinunciò mai davvero alla propria voce.

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