VISITA GUIDATA: OSPEDALE IN GROTTA DELLA CROCE ROSSA E ORTO DEI CAPPUCCINI

Valentina Panzera

Visita guidata – Cagliari sotterranea tra Orto dei Cappuccini e Ospedale in grotta della Croce Rossa

📍 Viale Merello | Stampace – Cagliari


Sotto i nostri piedi esiste una Cagliari nascosta, scavata nella roccia.
Una città invisibile che, nei momenti più difficili della sua storia, è diventata
rifugio, riparo e speranza.

Cagliari non è solo quella che vediamo in superficie.
Nel suo sottosuolo si conserva una memoria potente, fatta di adattamento, resistenza e ingegno.


Questa visita guidata accompagna i partecipanti tra l’Orto dei Cappuccini e l’area dell’ospedale sotterraneo della Croce Rossa, lungo l’asse di viale Merello, in uno dei settori più strategici della città, tra Stampace e Sant’Avendrace.


Durante il percorso scopriremo:


➡️ l’origine antica delle cavità sotterranee

➡️ il loro riutilizzo nel corso dei secoli

➡️ il ruolo fondamentale del sottosuolo durante la Seconda Guerra Mondiale


Quando Cagliari fu duramente colpita dai bombardamenti, queste cavità divennero una risorsa vitale:

non solo rifugi antiaerei, ma spazi organizzati per proteggere e curare, mentre in superficie la città veniva devastata.

Scenderemo idealmente nelle viscere di Cagliari per comprendere cosa significava vivere e sopravvivere sotto le bombe e perché la Croce Rossa scelse di portare l’assistenza sanitaria direttamente nella roccia, lontano dal cielo e dagli obiettivi militari.


Non solo un racconto di guerra, ma una riflessione profonda sul rapporto tra la città e il suo sottosuolo e su luoghi che ancora oggi custodiscono una memoria spesso dimenticata.

VALENTINA PANZERA - GUIDA TURISTICA ABILITATA - Aut Nr 20001280

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NOTIZIE ED EVENTI A CAGLIARI

Autore: Valentina Panzera 9 luglio 2026
Nel Seicento la Sardegna viveva sotto il dominio spagnolo, ma la lingua realmente parlata dalla maggioranza della popolazione era ancora il sardo. A livello ufficiale, nei documenti amministrativi e nella vita delle istituzioni, il castigliano aveva ormai sostituito il catalano, diventando la lingua dominante del potere. Tuttavia questa egemonia linguistica riguardava soprattutto le città principali e gli ambienti colti, mentre nei paesi e nelle zone interne la situazione era molto diversa. La Sardegna del XVII secolo contava circa 250/300 mila abitanti e solo una piccola parte viveva nei centri urbani. Questo significa che la grande maggioranza della popolazione continuava a usare quotidianamente la lingua sarda, spesso senza comprendere né il castigliano né il catalano. Lo stesso canonico Martin Carrillo, inviato da Filippo III come Visitatore Generale del Regno, riconosceva che il sardo era una lingua peculiare, propria dell’isola, non parlata altrove, e che nelle borgate non si intendeva altra lingua. Questa forte persistenza del sardo era vista dagli spagnoli come un segno di arretratezza, ma in realtà rappresentava una profonda forma di resistenza culturale. La lingua sarda rimaneva la vera lingua comune del Regno, capace di unire comunità diverse nonostante le differenze tra il Capo di Cagliari e quello di Sassari. Anche la Chiesa dovette fare i conti con questa realtà. Gli Inquisitori, quando si recavano nei paesi dell’interno, facevano leggere l’Editto di Fede in lingua sarda, perché fosse compreso da tutti. In alcune località, dopo la lettura in spagnolo, era necessario aggiungere un riassunto in sardo. Questo dimostra quanto la lingua ufficiale del potere fosse distante dalla vita quotidiana del popolo. Il problema riguardava anche vescovi e parroci. Alcuni presuli, non conoscendo il sardo, faticavano a comunicare con i fedeli e dovevano affidarsi a religiosi bilingui. Il Concilio di Trento aveva infatti stabilito la necessità di tradurre la catechesi nella lingua vernacolare, proprio per rendere comprensibile l’insegnamento religioso. Il caso del vescovo di Ales, don Pietro Clemente, è emblematico: non riuscendo a imparare la lingua dei suoi fedeli, arrivò a chiedere al papa il permesso di rinunciare alla diocesi. Ancora alla fine del Seicento la questione linguistica era centrale. L’arcivescovo di Cagliari Francesco de Sobrecasas arrivò a proibire l’assoluzione a chi non conosceva le principali preghiere nella propria lingua materna, anche se era in grado di recitarle in latino. Il vescovo di Bosa, Giorgio Soggia, invece, usava il sardo nei villaggi, lo spagnolo nelle città e l’italiano con le persone di passaggio. La lingua sarda nel Seicento, quindi, non era semplicemente un dialetto popolare, ma il cuore vivo dell’identità isolana.  Mentre il castigliano dominava nelle istituzioni, il sardo continuava a essere la lingua della fede, della comunità, della vita quotidiana e della memoria collettiva. Proprio per questo la sua sopravvivenza racconta una Sardegna che, pur soggetta al potere spagnolo, non rinunciò mai davvero alla propria voce.
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