DA VEDERE: IL GIARDINO SOTTO LE MURA

Valentina Panzera

UN POLMONE VERDE INCASTONATO NELLA CITTA'

Benvenuti al Giardino sotto le Mura, un luogo magico nel cuore di Cagliari, dove natura, arte e storia si fondono in un'armonia perfetta.


Tra i prati verdi e gli alberi imponenti, si ergono le straordinarie Pietre Sonore di Pinuccio Sciola, opere che trasformano la materia in musica. 


Basta sfiorarle per ascoltare il suono che sprigionano, quasi come se la pietra stessa raccontasse una storia. 


Queste sculture, sette in tutto, rappresentano l’interpretazione artistica della città di Cagliari da parte del grande maestro di San Sperate e rendono il giardino un’esperienza unica e multisensoriale.


Con i suoi settemila metri quadrati di estensione, il Giardino sotto le Mura impreziosisce il quartiere di Villanova, un vero polmone verde incastonato nella città. 


Situato alla base dello strapiombo di Via del Fossario, si affaccia sulla parte bassa di Viale Regina Elena, di fronte al terrapieno. 


Il giardino si articola su due livelli. 


Nel livello inferiore, oltre alle Pietre Sonore, trovano spazio esemplari di ficus e carrubo, insieme a riquadri prativi ideali per passeggiare o rilassarsi. 


Il livello superiore ospita una passeggiata che, da un lato, è protetta dalla parete calcarea del quartiere Castello, adornata da palme e siepi, e dall’altro si affaccia sul livello inferiore e sul verde del Viale Regina Elena



Da qui, lo sguardo si alza verso le maestose mura di Castello e la splendida Cattedrale di Cagliari, che sovrasta la città con la sua imponenza.


Il
Giardino sotto le Mura è molto più di un semplice parco: è un luogo dove natura, arte e storia si incontrano, creando uno spazio unico nel cuore di Cagliari. Un luogo che invita a scoprire, riflettere e vivere la bellezza autentica della città.

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NOTIZIE ED EVENTI A CAGLIARI

Autore: Valentina Panzera 9 luglio 2026
Nel Seicento la Sardegna viveva sotto il dominio spagnolo, ma la lingua realmente parlata dalla maggioranza della popolazione era ancora il sardo. A livello ufficiale, nei documenti amministrativi e nella vita delle istituzioni, il castigliano aveva ormai sostituito il catalano, diventando la lingua dominante del potere. Tuttavia questa egemonia linguistica riguardava soprattutto le città principali e gli ambienti colti, mentre nei paesi e nelle zone interne la situazione era molto diversa. La Sardegna del XVII secolo contava circa 250/300 mila abitanti e solo una piccola parte viveva nei centri urbani. Questo significa che la grande maggioranza della popolazione continuava a usare quotidianamente la lingua sarda, spesso senza comprendere né il castigliano né il catalano. Lo stesso canonico Martin Carrillo, inviato da Filippo III come Visitatore Generale del Regno, riconosceva che il sardo era una lingua peculiare, propria dell’isola, non parlata altrove, e che nelle borgate non si intendeva altra lingua. Questa forte persistenza del sardo era vista dagli spagnoli come un segno di arretratezza, ma in realtà rappresentava una profonda forma di resistenza culturale. La lingua sarda rimaneva la vera lingua comune del Regno, capace di unire comunità diverse nonostante le differenze tra il Capo di Cagliari e quello di Sassari. Anche la Chiesa dovette fare i conti con questa realtà. Gli Inquisitori, quando si recavano nei paesi dell’interno, facevano leggere l’Editto di Fede in lingua sarda, perché fosse compreso da tutti. In alcune località, dopo la lettura in spagnolo, era necessario aggiungere un riassunto in sardo. Questo dimostra quanto la lingua ufficiale del potere fosse distante dalla vita quotidiana del popolo. Il problema riguardava anche vescovi e parroci. Alcuni presuli, non conoscendo il sardo, faticavano a comunicare con i fedeli e dovevano affidarsi a religiosi bilingui. Il Concilio di Trento aveva infatti stabilito la necessità di tradurre la catechesi nella lingua vernacolare, proprio per rendere comprensibile l’insegnamento religioso. Il caso del vescovo di Ales, don Pietro Clemente, è emblematico: non riuscendo a imparare la lingua dei suoi fedeli, arrivò a chiedere al papa il permesso di rinunciare alla diocesi. Ancora alla fine del Seicento la questione linguistica era centrale. L’arcivescovo di Cagliari Francesco de Sobrecasas arrivò a proibire l’assoluzione a chi non conosceva le principali preghiere nella propria lingua materna, anche se era in grado di recitarle in latino. Il vescovo di Bosa, Giorgio Soggia, invece, usava il sardo nei villaggi, lo spagnolo nelle città e l’italiano con le persone di passaggio. La lingua sarda nel Seicento, quindi, non era semplicemente un dialetto popolare, ma il cuore vivo dell’identità isolana.  Mentre il castigliano dominava nelle istituzioni, il sardo continuava a essere la lingua della fede, della comunità, della vita quotidiana e della memoria collettiva. Proprio per questo la sua sopravvivenza racconta una Sardegna che, pur soggetta al potere spagnolo, non rinunciò mai davvero alla propria voce.
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