ITINERARI: IL COLLE DI BUONCAMMINO

Valentina Panzera

Colle di Buoncammino a Cagliari

storia, panorami e curiosità da scoprire

Origine del nome e il fascino della Chiesa di Nostra Signora di Buoncammino


Il Colle di Buoncammino prende il nome dalla storica chiesa di Nostra Signora di Buoncammino, oggi dedicata a San Lorenzo e San Pancrazio.


Questa piccola gemma in stile romanico si erge nel punto più alto del colle calcareo, offrendo un panorama straordinario sulla città di Cagliari.

Un luogo carico di storia e spiritualità, perfetto per chi cerca pace e bellezza.


Il vecchio carcere: un simbolo del passato


A pochi passi dalla chiesa sorge il vecchio carcere di Buoncammino, un’iconica struttura inaugurata nel 1855 e chiusa solo recentemente.

Questo edificio rappresenta un importante pezzo della storia cittadina, che ancora oggi suscita curiosità e alimenta racconti legati alla vita al suo interno.


Il Belvedere: Cagliari ai tuoi piedi


Proseguendo verso il Belvedere, lo sguardo si perde nell’incredibile vista panoramica.

Da qui, Cagliari si mostra in tutta la sua bellezza: si possono ammirare il quartiere Villanova, il Parco Naturale Regionale di Molentargius, la Sella del Diavolo e i giardini pubblici.

Questo luogo è tra i preferiti dai cagliaritani e dai visitatori per ammirare la città in ogni sua sfaccettatura, specialmente al tramonto.


Il Viale Buoncammino: tra Castello e Stampace


Il viale Buoncammino, alberato e panoramico, rappresenta una passeggiata ricca di scorci suggestivi.

Questo percorso collega i quartieri storici di Castello e Stampace, offrendo un’esperienza unica tra natura, architettura e una vista sempre mozzafiato.


Le misteriose scalette di sa arruga de Monti


Avvicinandosi a Porta Cristina, nel cuore del quartiere Castello, si cela un dettaglio curioso: le scalette di via Ospedale, conosciute anche come sa arruga de Monti.

Spesso ignorate dai passanti, queste scalette nascondono un’antica funzione, essendo un collegamento tra il quartiere di Stampace e il Colle di Buoncammino.

Un dettaglio che aggiunge fascino a questo itinerario ricco di storia.


Perché visitare il Colle di Buoncammino?


Il Colle di Buoncammino è molto più di un punto panoramico.

È un luogo dove si intrecciano storia, cultura e natura, un angolo di Cagliari capace di incantare chiunque lo visiti.

Tra i suoi percorsi alberati, i monumenti storici e i segreti nascosti, rappresenta una tappa imperdibile per chi vuole scoprire il volto più autentico della città.

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NOTIZIE ED EVENTI A CAGLIARI

Autore: Valentina Panzera 9 luglio 2026
Nel Seicento la Sardegna viveva sotto il dominio spagnolo, ma la lingua realmente parlata dalla maggioranza della popolazione era ancora il sardo. A livello ufficiale, nei documenti amministrativi e nella vita delle istituzioni, il castigliano aveva ormai sostituito il catalano, diventando la lingua dominante del potere. Tuttavia questa egemonia linguistica riguardava soprattutto le città principali e gli ambienti colti, mentre nei paesi e nelle zone interne la situazione era molto diversa. La Sardegna del XVII secolo contava circa 250/300 mila abitanti e solo una piccola parte viveva nei centri urbani. Questo significa che la grande maggioranza della popolazione continuava a usare quotidianamente la lingua sarda, spesso senza comprendere né il castigliano né il catalano. Lo stesso canonico Martin Carrillo, inviato da Filippo III come Visitatore Generale del Regno, riconosceva che il sardo era una lingua peculiare, propria dell’isola, non parlata altrove, e che nelle borgate non si intendeva altra lingua. Questa forte persistenza del sardo era vista dagli spagnoli come un segno di arretratezza, ma in realtà rappresentava una profonda forma di resistenza culturale. La lingua sarda rimaneva la vera lingua comune del Regno, capace di unire comunità diverse nonostante le differenze tra il Capo di Cagliari e quello di Sassari. Anche la Chiesa dovette fare i conti con questa realtà. Gli Inquisitori, quando si recavano nei paesi dell’interno, facevano leggere l’Editto di Fede in lingua sarda, perché fosse compreso da tutti. In alcune località, dopo la lettura in spagnolo, era necessario aggiungere un riassunto in sardo. Questo dimostra quanto la lingua ufficiale del potere fosse distante dalla vita quotidiana del popolo. Il problema riguardava anche vescovi e parroci. Alcuni presuli, non conoscendo il sardo, faticavano a comunicare con i fedeli e dovevano affidarsi a religiosi bilingui. Il Concilio di Trento aveva infatti stabilito la necessità di tradurre la catechesi nella lingua vernacolare, proprio per rendere comprensibile l’insegnamento religioso. Il caso del vescovo di Ales, don Pietro Clemente, è emblematico: non riuscendo a imparare la lingua dei suoi fedeli, arrivò a chiedere al papa il permesso di rinunciare alla diocesi. Ancora alla fine del Seicento la questione linguistica era centrale. L’arcivescovo di Cagliari Francesco de Sobrecasas arrivò a proibire l’assoluzione a chi non conosceva le principali preghiere nella propria lingua materna, anche se era in grado di recitarle in latino. Il vescovo di Bosa, Giorgio Soggia, invece, usava il sardo nei villaggi, lo spagnolo nelle città e l’italiano con le persone di passaggio. La lingua sarda nel Seicento, quindi, non era semplicemente un dialetto popolare, ma il cuore vivo dell’identità isolana.  Mentre il castigliano dominava nelle istituzioni, il sardo continuava a essere la lingua della fede, della comunità, della vita quotidiana e della memoria collettiva. Proprio per questo la sua sopravvivenza racconta una Sardegna che, pur soggetta al potere spagnolo, non rinunciò mai davvero alla propria voce.
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